Venerdì c'è stato il pranzo di fine anno del mio centro di ricerca. Pranzo di fine anno... ufficio... una di quelle cose di cui avevo sentito parlare nei racconti fintissimi di un qualche guascone pelato negli spogliatoi di una qualche palestra, o di cui avevo letto interessanti reportage in brillanti numeri di magazine per uomini, dal barbiere. Ricordo un articolo che suggeriva, in queste occasioni, di non bere troppo per non dire cose imbarazzanti al collega antipatico e di salutare i "boss" all'inizio del pranzo, quando ancora si era in grado di formulare frasi di senso (quasi)compiuto. Grazie tante, ma chi li paga sti giornalisti? Sono gli stessi che ideano le scritte in sovraimpressione nelle trasmissioni notturne di LA9 (ex telemare)? In ogni caso in questi articoli un fondo di verità c'è, anche se sta proprio in fondo. Tutti ben vestiti ma senza cravatte ci siamo abbuffati senza ritegno, in quello che era un pranzo formale all'inizio ma che poi è degenerato tragicamente per gli effetti del cd di r.kelly, infilato a sorpresa nel lettore dalla segretaria. Prima di ciò c'era stato il discorso di ringraziamento del Van, che si era congratulato con coloro che avevano fatto progressi in ambito accademico, e pure con me e Joris, ambasciatori dell'Europa in Sud Africa e futuri ambasciatori del Sud Africa in Europa (cit.). Poi, e qui mia madre sarebbe scoppiata in un pianto salutare, mi aveva pure elogiato definendomi un vero "hard worker" (aricit.) capace di lavorare dalla mattina presto alla sera tardi (combocit.). Che dire, è stato emozionante anche perchè fino a qualche anno fa ho fatto gloriosamente parte della squadra dei "potrebbe fare di più" (cit.) ed è come se fossi passato dal Wigan al Chelsea in un'operazione di mercato da zillioni di euri. Non c'è dubbio, comunque, rimarrò un giocatore dai piedi quadrati e dal talento proletario. Ad un certo punto del pranzo io e il belga ci siamo trovati con 6 bottiglie davanti (2 spumanti bianchi, spumante rosso, birra namibiana, vino rosso fruttato ed una bevanda tipo crema al whiskey ma fatta con le bacche di qualcosa) per colpa di Joy e qualcuno ha preso a chiamarmi Marcello, e ciò significava solo una cosa. NB in Sud Africa quando qualcuno è sbronzo mi chiama Marcello. In ogni caso abbiamo scattato foto che sapevano di saluti, chè qualcuno se ne è già andato in vacanza e qualcun'altro questa settimana sarà a Johannesburg o altrove. E con r.kelly in sottofondo, a cantare di amore e di *baby non posso vivere senza te perchè tu sei... bella baby, e ti amo perchè sei un fiore, e i tuoi occhi sono profondi e mi perdo, baby, e non lasciarmi... puoi sentire ciò che sento sweetheart e capisci ciò che dico baby... love me... I won't hurt you, like a rabbit I'll be sweet and quick...* ecc. io ed il belga ci siamo concessi un viaggetto fino all'aeroporto, per comunicare all'ufficio della South African Airways che non sarò sul volo Bloemfontein-Cape Town, perchè incoscientemente mi farò quel tragitto in macchina 10 giorni prima, "ma per favore non vendete a qualcun altro il biglietto che poi a Cape Town ci salgo sull'aereo, né". E lì nell'aeroporto più piccolo del monTE, in quel rettangolo di asfalto di pochi metri quadrati, è successo il fattaccio. La sfiga di Joris, ricordate? Non si è ancora sopita ed ha spento il cervello del ragazzo per pochi secondi, abbastanza da fargli chiudere la macchina con le chiavi belle infilate nel cruscotto. Ma siamo in Sud Africa, baby (cit.), ed abbiamo chiamato i rinforzi. Un parcheggiatore ci ha detto "conosco io uno", Uno è arrivato con un filo di ferro ed ha cominciato a ravanare, poi è arrivato un altro che sedeva per terra lì vicino e spingeva qualcosa che non capivo, ma poi una vigilessa è arrivata a chiederci cosa facevamo ed è rimasta a guardare stupita, poi ci hanno raggiunto due che giocavano a pallone lì a 10 metri, un altro con la faccia da stordito ed un cappello da pescatore, ed infine il VATE con uno charme che non si poteva non notare ha aperto la portiera in pochi secondi, esclamando "voilà". Tutti e 8 avevano un'idea diversa su come aprire la portiera e discutevano animatamente, un po' come tutti i sudafricani discutono e si prendono in giro quando si tratta di stabilire chi è il migliore braiier, colui cioè che cuoce la carne meglio, che poi con tutte quelle spezie a me sembra sempre uguale. La sfiga di Joris colpisce trasversalmente e qualche giorno prima avevamo fatto l'esperienza di prendere un taxi per andare a prendere la sua lattamobile in un'officina. Sfortunatamente il numero di sto taxi gliel'aveva dato il compagno di casa che gli fotteva i soldi, ed infatti sto tassista mi sembrava strano ma non era strano, era semplicemente andato. Biascicando in un inglese incomprensibile ci aveva spiegato che odiava gli Afrikaaner, che si era trasferito in Sud Africa dall'Inghilterra nel 1973 e che faceva buoni affari. Il viaggio era stato tipo un delirio, che il tassista zigzagava forte, ed alla fine gli abbiamo lasciato la mancia perchè in fondo gli eravamo grati per non essersi schiantato da qualche parte (questione di minuti, credo) con noi a bordo. La mattina dopo, non pago della sera matta in un locale parecchio boero, ho voluto provare l'esperienza cricket. Sotto un sole che dipanava 35 gradi comodi comodi ho incominciato a lanciare palle piccole ma bastarde tentando di colpire disperatamente 3 cilindri gialli di plastica. Nicolas (il figlio del Van) ed i suoi amici hanno provato a spiegarmi i trucchi, ma credo che serva solo della grande ignoranza e la pancetta da bevitore, che pure i giocatori professionisti esibiscono con orgoglio. In ogni caso, quando è stato il mio turno di colpire con la mazza, ho scoperto la difficoltà di uno sport in cui devi ribattere con una storia di legno una palla piccola si ma che fa male (cit.) lanciata contro di te a velocità supersonica. Alla fine ciò che mi ricorderò di quella mattina sarà il sistema proteggi-pacco ed il dolore provato quando la palla mi ha colpito nella zona immediatamente sotto la schiena. Lì ho gridato "ho smesso" ed ho abbandonato il mondo del cricket, che in fondo non è stata attrazione a prima vista. Domenica col Van e vari amici siamo andati in una farm a 100 km da Bloem, direzione Sud-Ovest, in cui due ragazzi di 27-28 anni stanno costruendo una casa per andarci a vivere dopo essersi sposati, tra qualche mese. Lontano da tutte le altre case, a 40 km da un centro abitato ed a 25 da una strada asfaltata, questi due hanno deciso di costruirsi il proprio futuro, insieme a poche cose, un cane salsiccia, un toporatto che potete ammirare in foto e tanto silenzio. Il Free State, ragazzi. Piatto, grande, così calmo. Con persone dalle decisioni così lontane da me, che eppure percepisco come pensate e piene di gioia. Con una strada da percorrere, se si vuole raggiungere Fauresmith, piena di polvere rossa e cancelli da aprire, che ad un certo punto mi sembrava un videogiuoco perchè il successivo era sempre più difficile da aprire del precedente. Con spazi così ampi che fanno paura, eppure alla grandezza ci si abitua, anche se per me che ho sempre preferito i piccoli mondi urbani compressi non sarebbe per nulla semplice. Durante il pranzo da campo ci siamo persi a parlare del viaggio nel Karoo per arrivare a Cape Town, ed alfine ci siamo quasi convinti a fermarci a metà strada, per vedere com'è una notte in mezzo al niente, in Sud Africa.Ultimi giorni vuol dire anche ultime lacrime, con Elsa che si è mollata col moroso e non si consola, e dire che ho provato a gettargli addosso Brando per trasmetterle un po' di calore canino. Gente che se ne va, gente che mi dice "ci siamo conosciuti per pochi giorni, ma è stato divertente", ed è vero. Jaak che ascolta i Roxette, che non c'entrano niente col mood del momento ma che ben descrivono la sua persona, secondo me, anche se dopo pochi secondi rompono le palle. Pomeriggi che quando piove, piove. Riflessioni e foto in bianco e nero sui miei anni universitari, che stanno agli sgoccioli. Sere calde, sere fredde, docce calde. Caffè alle 11 di sera per tenersi svegli. Vento.
A presto, presto.


