La prima cosa che mi sento di dirvi è che Brodwin C'E', esiste ed è tra noi (quasi). E' tornata qualche giorno fa, quatta quatta, ma segni inequivocabili provavano la sua presenza: un cuscino rosa su un divano, cibo sano in una credenza, prodotti per pulire la casa come se non bastasse il servizio settimanale di riassettamento -appartamenti-studenti, profumi disseminati tra le stanze. Ora posso gridarlo (acciocchè tutti lo sappiano): la conosco. Brodwin, 21 anni, è una pallida studentessa di interior design che ha fatto la pre-primina ed ha cominciato le scuole elementari a 5 anni (invece che a 7 come tutti i mocciosi sudafricani). Viene da East London ma odia quella città perchè è appiccicosa, puzzolente ed umida (sticky, smelly and humid, brodwincit.), si sposerà a dicembre ed ha un bambino di un anno. Dopo la laurea si trasferirà, con ogni probabilità, in Uganda per 4 anni col bimbo ed il futuro marito che avrà un business (che non ho ben compreso) in loco. Il suo moroso vede per lei un avvenire da casalinga a cucinare ed a badare i bambini, e lei è depressa perchè sta studiando per una laurea che non le servirà. In tutta onestà Brodwin, anche se il tuo balordo marito fosse di vedute un ATTIMINO più ampie e accondiscendesse nel permetterti di lavorare, non credo che in Uganda necessitino di designer di interni. Comunque l'ipotesi (a), quella che Brodwin è in cerca di se stessa e c'ha crisi, è sostanzialmente vera: ragazza simpatica, ma stressata all'inverosimile. "Quindi sei sicura che abiterai qui?" le ho chiesto alla fine della nostra conversazione. "Si" mi fa, "non scomparirò". -Oggi, lunedì 9 ottobre, piovosa e afosa giornata primaverile, Brodwin si è smaterializzata di nuovo. Neanche shampoo e bagnoschiuma sono più nella doccia, mannaggia che lo shampoo mi piaceva. A questo punto la verità "la scopriremo solo vivendo" (battisticit.)Il progetto "farsi-amici-che-torneranno-utili quando-sarò-qui-di-nuovo-nel-giugno-2010-per-i-mondiali" prosegue spedito. Ora conosco qualcuno a Cape Town, Johannesburg, Pretoria e Durban, oltre a persone provenienti da varie cittadine nelle zone rurali e parecchia gente a Bloem. Questo gretto progetto utilitaristico rappresenta in realtà il compimento di un qualcosa che comincia qui, vedendo ciò che accade e le speranze che si muovono. Vorrei tornare quaggiù per incontrare di nuovo qualche amico e vedere alcune cose che mi sono piaciute, incrociando le dita e augurandomi che tutto sia andato per il verso giusto (le strutture finite, i sistemi di sicurezza operativi, le persone orgogliose). In questo weekend che mi è sembrato eterno sono stato ospitato a cena (ovviamente braii forever e vegetali banditi) e mi sono seduto in una tavola con 6 afrikaaner, ho presenziato in uno dei club più cool di Bloem, sono stato allo stadio per vedere la semifinale della Currie Cup di rugby (stravinta dai Cheetahs, la settimana prossima ci sarà la finale contro i Blue Bulls) e sono andato pure allo stadio di calcio per l'intero pomeriggio di domenica (in cui ho assistito a due partite di livello ahimè inquietante). I weekend insegnano parecchio e aiutano a sentirsi a casa. Cerco di frequentare persone "diverse" e sono quindi stato in compagnia di over-30 alla cena, under-24 al club, coetanei bianchi al match di rugby e coetanei poco pallidi alle partite di calcio. Un giorno mi capiterà di stare contemporaneamente con bianchi e neri nello stesso luogo ma non ne sono sicuro. Quando sono entrato in un locale chiamato "Stones" venerdì sera dopo la cena ho avvistato solo un mulatto, mentre allo stadio di calcio oltre a me ho individuato altri tre ragazzi bianchi. Capienza dello stadio: 40000 posti, stadio pieno per metà.
Due tre cose vi dirò. Parto dal calcio. A questo punto posso affermare con certezza che l'atmosfera è differente anche in queste partite. Ovviamente cori e danze con mani buttate in alto, trombe ed un gran casino la fanno da padrone: la rivalità tra squadre però non è molto viva ed i tifosi vanno alla partita più che altro per stare insieme, mangiare, bere, chiacchierare. Come in Italia, alle ragazze 9 su 10 la partita non interessa particolarmente ed i commenti sono principalmente sui culi dei giocatori. Una particolarità che ho notato è che un sacco di ragazzi sono travestiti da donna, in due modelli: ragazza procace, con tacchi e tette enormi, oppure grassa mama, con pancia finta e culone pure. I travestimenti suscitano un'ilarità diffusa e quando i travestiti si mettono a provocare gli agenti della sicurezza ballando sulle transenne e mostrando le proprie grazie il pubblico applaude fragorosamente. Anche gli agenti non riescono a trattenere le risate. Il livello del gioco è basso. Ho visto giocare i campioni di Sud Africa, i Mamelodi Sundowns, contro gli Heart of Oak (ghanesi) e gl Ashanti Gold (nigeriani). Se questi sono i campioni in porta ci posso giocare pur io. I giocatori tentano il numero in continuazione, e lo scopo non è segnare ma prendersi il boato del pubblico dopo aver fatto un tunnel ad un avversario. Per un italiano sostenitore del pragmatismo calcistico ciò corrisponde a bestemmia (fantasiosa).
Il rugby è violento. Lo sapevate? No, cioè, violento proprio. I Cheeths hanno stravinto sotto un cielo carico di pioggia, e sul 24 a 0 un giocatore della squadra avversaria ha dato un pugno feroce in faccia ad un avversario bloemfonteiniano a terra. Prova tv immediata e cartellino giallo per il cazzottaro (10 minuti fuori dal campo). Ma che, stiamo scherzando? Un pugno in faccia con la palla distante alcuni metri e non lo espelli squalificandolo per -chessò- una stagione? Per il cartellino rosso forse devi farti la figlia dell'arbitro a bordo campo, probabilmente. Altra storia rugbystica è che le semifinali sono allietate da frequenti balletti di cheerleaders che hanno lavorato sodo per essere così sode (cit.), palloncini arancio-bianchi svolazzanti in aria, aerei che passano 10 metri sopra la tua testa, gente paracadutata in mezzo al campo, carne secca e gente sbronza (le ultime due cose sono sempre vere -non solo per le semifinali). Oltre a questo c'è chi si porta il barbecue da casa e si mette a cucinare la carne sulle gradinate, durante la partita. Pazzesco. Comunque mi sono proprio gasato.
Un'ultima cosa. Allo Stones un ragazzo che conoscevo ha fermato a sorpresa una ragazza dicendo "lui è italiano". Abbiamo incominciato a parlare e dopo un po' mi fa: "tu non sei italiano. sei sudafricano. fammi vedere la carta d'identità". Le faccio "ok sbirra". La guarda poi mi dice: "è facile procurarsi documenti falsi". Cioè... pensava che io mi fossi fatto la carta d'identità falsa per fare il figo in quanto italiano. Siamo al paradosso. "Puoi andare, ispettore DERRICK" le ho detto.
Ormai è metà ottobre e sono qua da un bel po'. Le cose vanno bene, il lavoro è incanalato e so dove andrà a finire. Questo è molto importante per essere tranquillo e filare sereno. Tempo fa ho visto un filmato -non ricordo dove né quando di preciso- sulla nazionale olandese degli anni 70. In questa storia il fatto che i boeri sono spesso di origine olandese non c'entra niente. Volevo solo dire che nel video che ho visto si parlava dell'allenamento di questa squadra leggendaria che negli anni 70 disputò due finali mondiali perdendole entrambe. L'argomento era il *secondo fiato*. *Quando ti alleni -diceva qualcuno- arriva presto un momento in cui finisci le energie e pensi di non averne più. Se però continui ad allenarti e riesci a superare il momento di maggiore fatica, piano il fiato sembra tornare. Dopo che hai "scavallato la collina" recuperi le forze e corri finché vuoi.* Quando sono arrivato qui e trovavo alcune difficoltà pensavo "tanto il tempo passa in fretta" sapendo perfettamente da quanti giorni o settimane ero in Sud Africa. Ora non ci penso più e prendo con me tutto quanto, consapevole che tornerò a casa tra un attimo e tutto questo mi mancherà. Sono arrivato al secondo fiato, e chi mi ferma più.
A presto, presto.


