Arrivo in kenya giovedì 13 e non si vede niente, fa freddo e piove. L'aereo della british londra-nairobi, un boeing sterminato con due piani, 4 hostess non-recentissime e un numero imprecisato di posti vuoti, è partito pochi minuti dopo la fine di una corsa furibonda in cui io e sue abbiamo attraversato heatrow maledicendo la british-bazza per il ritardo di 40 min del volo milano-londra. "Ma ce l'abbiamo fatta" c'eravamo detti addentando un gommapanino alla salsa di tonno -roba che neanche la crema spalmabile spuntì degli anni 80- e deglutendo faticosamente un amaro calice di aranciata amara. "Speriamo solo che ci abbiano caricato anche i bagagli", avevo aggiunto corrucciato, ma poi avevo scacciato l'incertezza a furia di daje, *U-chhh*, occhiolino di sicurezza, scene, cinque alti e stai manzo col piglio mansueto dei bovini, che arrivano. E per arrivare arrivano, ma nel mio caso con l'aereo dopo. Quindi, e ritorno all'inizio, arrivo in kenya e oltre al non vedersi un cazzo per la coltre di pioggia maledetta che trasuda come l'ascella del fratello di susanna, ecco, non c'ho neppure il bagaglio. L'anno scorso avevo aspettato 12 ore l'aereo per Bloem, quest'anno 12 ore la valigia: c'è da dire che, se si trattasse di aspettare sempre solo 12 ore per avere qualcosa a cui si tiene, firmerei qui col sangue della zanzara cicciona che ho appena attaccato al muro. Ad attenderci in aereoporto c'è pita, mitico tassista kenyota che in due giorni io sue ed eleo abbiamo reso il tassista più abbiente di nairobi, ci ha già presentato a tutti i suoi amici tassisti e ho notato che questi lo guardano con una modica malevolenza, perchè pita ha trovato le galline da spennare (e tra quelli col culo a piume ci sono pure io). In realtà pita è onesto, ma ha un po' l'attitudine tipica del prendersi il braccio se tu gli dai una mano; considerando che deve anche guidare, non rimanendogli arti liberi guida col culo. Pita ci viene a prendere perchè è uno dei tassisti che attende con impazienza davanti al newkenya lodge occasioni di lavoro, e mi era stato segnalato dal proprietario dell'ostello quando avevo chiamato dall'italia qualche giorno fa. Mentre guidava l'altra sera utilizzando solo prima-seconda-e-terza che forse le altre marce pare brutto, portando dall'aeroporto al newkenya un me medesimo avvilito e pieno di bile per la non-valigia nel bagagliaio e una sue proto-addormentata, muoveva freneticamente le manopole del cruscotto, cic-ciac e cri-cri per spannare ma zio billy qua non si spanna niente, oh pita. Ma dov'è il kenya che io vedo solo nebbia? sbuffavo tenendo i pugni sotto il mento come britney e allora per fortuna che la conversazione era rotolata sul calcio e calcio più italia fa *CANNAVARO!*, *cannavaro eh!* mi urla nell'orecchio pita in preda alla foga, rendendo instabile l'aderenza delle ruote sull'asfalto, e mentre grida *cannavaro!* per la n-esima volta si incomincia milagrosamente a spannare il parabrezza, che sia stato l'alito di pita oppure le manopole mosse con estro non lo so. So solo che l'indomani la mia valigia era bel bella all'aeroporto, e pita mi guardava sorridente, annuendo convinto -nel giusto- che il mio buonumore gli avrebbe pagato la colazione. Diavolo di un pita. Il newkenya è una sistemazione di passaggio, sia per me e sue che per l'acqua della doccia che passa sui corridoi dell'ostello *perchè lo scarico non c'è*, fluisce nella grondaia e da lì si incespica direttamente nel cortile interno. Rock n' roll. Al suo interno una multiculturalità speranzosa, 5 euri a notte, diversi tipi di insetti ibridi leggendari come lo scaratopo e diversi tipi umani: giapponesi, francesi, indiani, sudafricani, mozambicani e il proprietario kenyota con la maglia della nazionale italiana del periodo 2000/2002. Mentre sue si lava e l'acqua del risciaquo scorre sotto i piedi di chi passa io faccio la guardia alla porta insieme a kali, francese delle colonie che lavora in una ong a 4 ore da nairobi e che mi dà consigli utili di sopravvivenza urbana (cit.). Bastano pochi minuti per scordarci di domenech, solo risate e niente fischi all'inno avversario. La notte si dorme in una stanza da 4 occupata da me e sue, reti anti zanzare sopra il letto e un sonno malvagio. Venerdì ci svegliamo in mezzo a nairobi. La megalopoli moderna si confonde col fango delle strade, che sembrano disegnate col pennello e vengono solcate da auto che fanno un puzzo così ragguardevole che -quasi- c'hai rispetto. Il traffico di nairobi è incredibile, increscioso e in crescita man mano che ci si avvicina alle 6 di sera: lo smog pervade ogni cosa come slimer dei ghostbusters, e pure noi contribuiamo attraversando la città da un posto all'altro tra taxi e matatu (pulmini-taxi con 10-12 persone e musica reggae sparata ad un volume oltre il bene e il male). Con sue e eleonora passiamo in amba* e segnaliamo la nostra presenza, siamo entusiasti e l'ambiente pare più che egregio. I dubbi si sistemano, i pensieri sembra che girino, molto spaventa meno e incominciamo a fare ordine. Ci trasferiamo in un residence dal prezzo molto basso che sembra un'oasi: a saper dove cercare, si imboccano le strade giuste e la bolgia diventa misurabile. Capiamo com'è girata la città e incominciamo a visionare case ed opportunità: tra pochi giorni saremo in cinque. Dopo aver affrontato le pacifiche aggressioni dei cargadores dei matatu, gente che ti vuole tirare su e offrire corse da 20 scellini (20 eurocent) con una gioia che io li abbraccerei, le cose si infilano inaspettatamente domenica grazie a meny, amica di un amico del sosia di una persona che lavora in amba* (autocit.), che ci prende sulle spalle e ci dice *ho io ciò che fa per voi, ahr*. Tre chiamate, un colpo di tosse, facciamo dù conti, decidiamo di scartare la casa di una grassa signora indiana che sembrava già nostra madre e dunque l'abbiamo trovata, zona kileleshwa (spelling a caso ovviamente), mercoledì ci si trasferisce in un'appartamento svolta che sembra costruito per noi. A meny, mentre ci porta verso il residence, annunzio "ti costruirò una statua, in cui brandisci e vibri la bandiera italiana", lei attacca a ridere e smanacciare e rischiamo di finire del fiume accanto a riverside, e per fortuna che ho detto una cosetta banalotta perchè se mi usciva una cosa simpatica saremmo morti. Nel residence, impegnati a mangiare patate, incontriamo un signore italiano che ci racconta delle sue esperienze in africa, di quando ha visto l'incenso uscire da tagli degli alberi che sono come ferite, e di come lui, apicoltore, *sia allergico alle api*. Non ridiamo, immaginiamo che stia per prendere le nostre labbra pendule per lo stupore e ci chiuda la bocca. "D'altra parte", fa, "quello delle api è un mondo *troppo* perfetto, mi stupisce ogni giorno. Io non riesco a non esserne affascinato". E il qui presente, che di api non sa un cazzo, non aggiunge altro e domani si compra il miele.

