Montaigne scriveva che il processo del dimenticare, dopo aver annotato per trattenere, in realtà è funzionale alla fruizione. Questo ci dovrebbe confortare. Partiamo dal nostro cervello: limitato, direi quasi limitante. Il mio, già di dimensioni compatte, fa quel che può. Strabuzza gli occhi, si indigna, si inceppa, si surriscalda in maniera pericolosa dalle parti della nuca, quando colpito da senso di disagio gli addosso tutte le mie inquietudini. Ce ne vorrebbero due, tre, ma che dire dunque del cuore? Aveva ragione ligabove quando sbraitava che i duri hanno due cuori? Ma... eh? Ripartiamo. Come possiamo ricordare tutto? Ma ancora a monte: quanta cultura, attimi, attitudini, emozioni, libri, trentatreggiri, esperienze politiche, discussioni, tipe, tipi di caffè, suoni di voce, malegratudini, ci sono, o o o? Dunque ci si tuffa. Un po' di qua, un po' di là, come un cieco durante un orgia, ci si fa strada palpando (cit.). Ma quanto diventa dunque più importante, per questo motivo, interpretare? Avere uno sguardo che vede da un metro indietro, che ci prova perlomeno, e dice tu sei lì, stai facendo le tue cose, io sono qui dietro alle tue spalle, non ti curare di me, io guardo. Ma io pensavo, l'altra notte, al mio fare e al mio muovermi di questi giorni, a carponi e a piccoli bocconi, tantando di seguire un percorso ondulante il giusto che mi permettesse di gustare, ma allo stesso tempo di anda-a-a-re. Riguardo all'interpretare, mi rendo conto che non c'è tempo. Mai. Io mi appoggio al letto e crollo, tragicamente, il letto IKEA eroicamente mi sorregge, il venerdì sera arriva e mi si dice andiamo a *nome-a-caso*, ma io c'ho sonno, voglio dormire! Ma se non dormo, e allora penso, maledicendo di pensare e non dormire, questo penso: c'ha il mio rispetto Yury Afanasyev, storico russo di area liberale, quando dice che "il tipo di paese che diventerà la Russia dipenderà dal tipo di storia che sceglierà". Io gli do un cinque alto, al russo, e allungo il passo. Non è così anche per noi, per le nostre cosucce, queste vite fatte di tessere di puzzle che messe insieme non dicono un freakin'-cavolo, però ci spostano verso una deriva astratta e astrale? Ciò che siamo oggi, non dipende forse esclusivamente dalla storia che scegliamo per noi stessi, dall'interpretazione che diamo del susseguirsi dei nostri eventi personali, dalla linea rossa arcadefireiana che riusciamo a tracciare? Due vite coincidenti, due gemelli ugualovisutti, non possono cambiare radicalmente la propria stessa vita, a seconda del significato che le danno? Ma cazzo, si, certo che possono! E ora io rifletto. Lungi dall'eugenetica, e pure da eugenio. Nel vivere e nel non avere tempo di pensare io ci vedo molto di fascinoso e pure-un-po'-necessario, e molto di inutile e dannoso. La verità? Le domande le faccio io, silenzio. Io scelgo il passo indietro, e scelgo di interpretare. Lo giudico necessario. Il freddo dà delle scosse che la metà bastano. Le piccolecose di questi giorni sono dunque: discussioni piacevoli e non, libri a malapena sfogliati nel negozio inglese, serate sbilenche, posti brutti, belle scoperte, nuove amicizie, ragazze francesi con argomenti convincenti, tavoli australianolandesitaliaustrumeni davanti a partite con perfidi scozzesi, attimi di panico, scuole di tango, il mio negozio di dischi preferito, tanti passi, buste chiuse e spedite in quantità massiccia, racconti ghanesi su storie namibiane, e tanto tanto altro. Potrei romanzarci sopra, ma non oggi, non ora, *fa* tardi e io come tradizione *fa* che mi vado a letto. La lavatrice centrifuga, nel mentre. E dunque affermo e richiedo. Ditemi di cosa sono fatte queste settimane. Per voi. Per l'interpretazione, ci pensiamo. Tutti i mezzi sono leciti: telefono, teledrin, compiuuuter, essemmès (cit.), fax, fox, pintori, visite a domicilio, soprese nei bagni, ma aggiungerei anche piccioni viaggiatori, sempre che non mi caghino sulla finestra che come tutti sappiamo -diciamolo insieme- dà sul tetto. Esatto. Ciao, patagaji.

